A distanza di dieci mesi dalla sentenza Italgomme, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo torna a richiamare l’Italia all’ordine con il caso Agrisud.

Il tema? Le ispezioni fiscali condotte nel nostro Paese con modalità che violano sistematicamente i diritti fondamentali dei contribuenti.

Verrebbe da esclamare, con il principe di Salina nel celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. E infatti, il legislatore italiano sembra aver fatto propria questa massima gattopardesca con encomiabile coerenza: piccoli interventi normativi, aggiustamenti di facciata, qualche modifica allo Statuto del contribuente, ma nella sostanza le prassi operative rimangono immutate. L’apparenza del rinnovamento, la realtà dell’immobilismo.

Il verdetto di Strasburgo (ancora)

La sentenza è chirurgica. Otto società italiane sottoposte a verifiche tra il 2018 e il 2022 contestano l’invasività degli accessi disposti dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza. La Corte rileva tre criticità fondamentali: autorizzazioni generiche e prive di motivazione sostanziale, poteri sostanzialmente illimitati non circoscritti da criteri trasparenti, assenza di rimedi giurisdizionali effettivi per contestare tempestivamente gli accessi.

In altre parole: si entra, si perquisisce, si acquisiscono dati dai computer aziendali, si sequestrano documenti, spesso per contestazioni di modesta entità, e il contribuente può solo assistere impotente. Il danno reputazionale e psicologico è immediato, la difesa arriva dopo, quando ormai è tardi.

Il paradigma rovesciato

C’è un vizio di fondo in questa impostazione: il contribuente viene trattato come un potenziale evasore da smascherare, non come un cittadino onesto fino a prova contraria. L’imprenditore che crea lavoro e genera ricchezza diventa automaticamente sospetto, oggetto di verifiche invasive che in altri contesti richiederebbero l’autorità giudiziaria.

Le conseguenze vanno oltre l’aspetto giuridico. Le ripercussioni psicologiche sono documentate: stress cronico, ansia, depressione, e in alcuni casi epiloghi tragici. Senza dimenticare il danno reputazionale: in una comunità locale l’arrivo della Guardia di Finanza diventa istantaneamente motivo di chiacchiericcio, compromettendo anni di credibilità professionale.

L’ironia della forma senza sostanza

Il bello è che il legislatore ha introdotto l’obbligo di motivare gli accessi nel nuovo Statuto del contribuente. Ecco il gattopardismo in azione: si introduce una norma che sembra rispondere alle critiche, si dà l’impressione del cambiamento, ma nella pratica tutto continua come prima. Manca infatti un sistema di controlli effettivi che possa preventivamente verificare la proporzionalità delle misure. Mancano soprattutto criteri oggettivi e trasparenti che stabiliscano quando sia legittimo esercitare questi poteri invasivi. C’è un vago riferimento all’obbligo di motivazione recentemente introdotto ma si tratta ancora una volta di un intervento di facciata: la norma impone di motivare l’accesso senza però definire i presupposti sostanziali che lo rendano legittimo, né prevede un controllo giurisdizionale preventivo che possa vagliare la fondatezza delle ragioni addotte prima che l’ispezione venga condotta.

La CEDU, con pazienza certosina, continua a richiamarci ai principi fondamentali: ogni potere amministrativo che incida sulla sfera privata deve essere esercitato entro confini precisi, motivato sostanzialmente, proporzionato e contestabile. Non sono invenzioni rivoluzionarie, sono semplicemente i cardini dello Stato di Diritto.

Un problema sistemico

La portata della sentenza va oltre il fisco. Questi principi si applicano a tutti i procedimenti amministrativi invasivi: antiriciclaggio, vigilanza bancaria, Antitrust, Privacy, ANAC, ispettorati del lavoro. Ovunque lo Stato eserciti un potere di controllo invasivo, deve farlo nel rispetto di regole chiare.

Viene da chiedersi: è così difficile trovare un equilibrio tra contrastare l’evasione e rispettare i diritti fondamentali? È necessario trasformare ogni verifica in un’operazione da film poliziesco per contestare una differenza di qualche migliaio di euro? Non sarebbe più efficiente un sistema graduato, dove l’invasività sia proporzionale alla gravità dei sospetti?

La speranza del cambiamento vero

Dopo Italgomme e ora Agrisud, forse si apre una nuova stagione. O forse no. Forse continueremo a preferire l’illusione del cambiamento alla fatica della vera riforma, aspettando che Strasburgo ci richiami all’ordine ogni volta.

La civiltà giuridica di un Paese si misura anche nel modo in cui lo Stato esercita i propri poteri di controllo. In questo, l’Italia ha ancora molta strada da fare. Nel frattempo, ci tocca sperare che la CEDU continui nel suo paziente lavoro di “ripristino delle regole di civiltà”. Un po’ imbarazzante, a dirla tutta, per una nazione che si vanta di essere la culla del diritto romano.

Ma forse, e qui torniamo al Gattopardo, è proprio questo il punto: preferiamo l’apparenza alla sostanza. Prima o poi, però, anche i gattopardi devono fare i conti con la realtà. E la realtà parla la lingua dei diritti fondamentali che non possono più essere ignorati.

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